Perchè questi mesi non passino invano anche per il lavoro.
Piccolo dizionario, in progress, per HR

di Gabriele Gabrielli

In queste settimane drammatiche stiamo imparando nuovi termini e locuzioni. Non sempre sono chiari, talvolta appaiono opachi e scivolosi. Sono parole che interrogano manager, collaboratori e HR con domande come queste: che implicazioni avranno sull'organizzazione del lavoro e sulla vita dei collaboratori? Avranno conseguenze sulle pratiche di gestione delle risorse umane? Ci saranno nuove competenze da apprendere per ripartire? Condivido allora qualche pensiero, riflettendo attorno a tre parole il cui uso è letteralmente esploso in questo tempo di epidemia e utili per quanti hanno la responsabilità di prendersi cura delle persone-che-lavorano. Qualche riflessione anche per allontanare quello che teme Paolo Giordano e che affida al suo ultimo lavoro Nel contagio.
 
#distanziamentosociale. Stiamo sperimentando direttamente cosa significhi. Stiamo soffrendo la sua durezza e rigidità che concede poche eccezioni. Cosa stiamo imparando? Che il lavoro è un meraviglioso luogo di relazioni, nel quale far crescere legami e prossimità. Ora sappiamo davvero perché tra i fattori che producono soddisfazione nel lavoro ci sono i beni relazionali. Quindi? Sarà bene proteggere questa scoperta quando ritorneremo al lavoro; sarà bene investire in socialità, anziché ridurne lo spazio per sacrificarla sull'altare di un'efficienza che abbiamo toccato con mano quanta morte può produrre. Lavoriamo dunque per ri-aggiornare le pratiche HR perchè lascino spazio alla relazione e al confronto.
 
#smartworking. Il lavoro flessibile, considerato una conquista, ora conquista terreno con le sembianze dello smartworking. Quando il lavoro può essere prestato ovunque e sempre. Abbiamo imparato però che non è così al tempo del Coronavirus, perché ora siamo in regime di smartworking forzato. Smartworking o semplice delocalizzazione del lavoro? Su quale tipologia preferiremo investire quando si ritornerà? La prima chiede responsabilizzazione e attenzione ai risultati. La seconda, invece, conta sul controllo e sull'inserimento del lavoro entro coordinate prestabilite; cambia dunque solo il luogo della prestazione non il modello organizzativo. In queste settimane abbiamo imparato che si è fatto poco uso della prima e abbondante uso del secondo invece. Abbiamo anche compreso che estendere lo smartworking è operazione assai complessa perché richiede di intervenire sulla filosofia del lavoro. Siamo pronti? Imprese e manager quale confidenza hanno con i suoi presupposti, ossia fiducia, autonomia e responsabilità? La formazione fatta sin qui serve a questo scopo? E' utile per cambiare mindset o serve investimenti particolari sulla leadership?
 
#sicurezza. Abbiamo appreso che per assicurare il distanziamento sociale occorre la chiusura totale dei luoghi produttivi di beni e servizi, salvo quelli delle filiere strategiche. La pressione per riprendere è forte, ma bisogna farlo in sicurezza. Ripresa e sicurezza: due termini dietro i quali si cela uno tra i conflitti più aspri di questo tempo: da un lato, potremmo dire, le ragioni dell'epidemia e della sua perfida pericolosità, dall'altro, quelle dell'economia e del lavoro oggi congelati dalla morsa dell'emergenza. Quale deve prevalere? Occorre prestare maggiore attenzione alla salute o all'economia? Quest'ultima avverte che la ripresa ci riserverà brutte sorprese, quantomeno sofferenza per la liquidità e tagli occupazionali. Allora? Penso che abbiamo anche imparato che la domanda è mal posta  in questi termini. Ci deve essere sia tutela della salute che tutela del lavoro. Perché l'una e l'altra possono andare insieme. Anzi devono andare insieme. C'è un'altra cosa che abbiamo capito: che siamo indietro con la cultura della sicurezza; che occorre fare ancora molta strada; che non possiamo abbassare la guardia. O non è così?
 
Dimenticavo. Cosa teme Paolo Giordano? Val la pena ascoltarlo direttamente leggendo le sue parole: "Non ho paura di ammalarmi. Di cosa allora? Di tutto quello che il contagio può cambiare. Di scoprire che l'impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte. Ho paura dell'azzeramento, ma anche del suo contrario: che la paura passi invano, senza lasciarsi dietro un cambiamento".
 
 
Gabriele Gabrielli, Executive coach, consulente e formatore

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